A Parigi, un recital intenso e ritmato ha dato voce alle Memorie di Adriano il capolavoro di Marguerite Yourcenar, in un dialogo continuo tra voce e musica.

Alessandro Preziosi era all’Istituto Italiano di Cultura di Paris per dare voce all’adattamento curato da Tommaso Mattei delle Memorie di Adriano di Margherite Yourcenar. Un testo difficile da portare in scena, perché tutto è già contenuto al suo interno: il pensiero, il tempo, la memoria. Eppure, fin dai primi minuti, è chiaro che non si tratta di una semplice lettura
Conosco Alessandro Preziosi e Tommaso Mattei, suo caro amico e socio, da molti anni. Nel tempo li ho visti lavorare molto, creare e adattare opere teatrali alla loro immagine. Nutro una profonda stima per la loro ricerca e per la loro dedizione, portata avanti con rigore e senza mai smarrirsi. Li vedo ancora oggi come due ragazzi appassionati di teatro anche se oggi sono due artisti affermati. Ritrovarli qui, a Parigi, dopo tutti questi anni, in questo contesto, è stato un immenso onore e piacere per me.
Lo spettacolo
Preziosi costruisce un ritmo. Un flusso continuo, fatto di variazioni, sospensioni, accelerazioni, che attraversa la parola e il corpo senza mai interrompersi. Sul palco, l’essenziale.Nulla è immobile.
Alessandro non interpreta Adriano, lo percorre. Ne accompagna il pensiero, le svolte, le contraddizioni. Il testo si muove, respira, si trasforma. La sua presenza è precisa, costruita, ma mai rigida.
Ogni frase ha un tempo, ogni pausa una funzione. Un grande lavoro musicale con e sulla parola.
Accanto a lui, la presenza del musicista Giacomo Vezzani è tutt’altro che accessoria. Parola e musica si accompagnano e si rispondono. A tratti è la voce a dettare il ritmo, a tratti è la musica a prenderne il controllo, in un equilibrio sempre mobile. È proprio in questo dialogo tra voce e suono che lo spettacolo trova la sua struttura più profonda.
In un’epoca dominata dall’immagine e dalla velocità, questo lavoro non rallenta, costruisce un ritmo altro, più esigente, più interiore.
Le Memorie di Adriano diventano così un flusso di pensiero vivo, che non si osserva, ma si attraversa.
Alla viglilia del suo spettacolo ho fatto qualche domanda ad Alessandro sul suo lavoro ecco le sue risposte:
Interpretare Adriano significa dare corpo a una voce interiore più che a un’azione. Come sei entrato in questa dimensione così intima, quasi meditativa, del testo di Marguerite Yourcenar?
Credo che l’unica possibilità che ho di far agire un personaggio come quello di Adriano, che nella scrittura è radicalmente monologico, sia quella di includere il pubblico in maniera diretta, immediata e complice nelle motivazioni che lo spingono ad entrare nelle sue memorie. È proprio nello “spogliamento” dei momenti scelti nell’adattamento di Tommaso Mattei che il personaggio si anima e lascia intravedere il suo profilo, a pochi istanti dalla morte del corpo.
“Le Memorie di Adriano” parlano di potere, desiderio, tempo, memoria… Temi antichi ma incredibilmente attuali. Cosa risuona oggi, nel nostro presente, nelle parole di Adriano?
Le Memorie di Adriano rappresentano uno dei momenti più importanti della letteratura del Novecento, nella misura in cui sintetizzano in maniera straordinaria ciò che è all’origine stessa della letteratura: l’avventura del pensiero. L’attualità di questi grandi temi: il potere, il desiderio, ha come risvolto imprevedibile quello legato al concetto di libertà, che si coniuga con un punto di vista sorprendente: quello di un uomo che decide consapevolmente di rinunciare, di soccombere, di attendere il proprio momento, la propria gloria «il trionfo si addice solo ai morti».
In questa attesa strategica si annida una sorta di filosofia che Adriano, una volta diventato imperatore, mette in pratica cercando di creare un equilibrio tra individuo e Stato, attraverso un tentativo di pace, libertà e uguaglianza valoriale. Per questo, l’attualità resta ancora oggi in gran parte inattuata in quanto c’è da stupirsi come un esperienza simile non abbia tentato un maggior numero di regnanti.
Questo spettacolo è anche un lavoro sul ritmo, sul respiro, sul silenzio. Come hai costruito l’equilibrio della tua interpretazione? E che ruolo ha avuto la musica dal vivo in questo dialogo
Il rapporto con Adriano, come attore, si basa su elementi organici: acqua, terra, fuoco profondamente fisici. Non fosse altro perché il primo “frame” a cui assistiamo è quello di un uomo che scopre la debolezza mostruosa del proprio corpo un corpo che finisce per divorare il suo padrone. È da questo incipit che il ritmo e il silenzio prendono vita, insieme al mondo sonoro creato da Giacomo Vezzani, che riesce a combinare morte e resurrezione, sonno e risveglio, fino a condurre il protagonista a morire ad occhi aperti.
Si tratta di uno spettacolo essenziale, quasi spoglio. In un’epoca dominata dall’immagine e dalla velocità, pensi che il teatro possa ancora essere uno spazio di ascolto profondo?
Gli elementi che potrebbero rendere la messa in scena più spettacolare sono molti, ma rischierebbero di compromettere la distanza necessaria tra una messa in scena contemporanea e l’essenza organica del racconto che ci regala Marguerite Yourcenar. La parola, scritta e poi incarnata, restituisce immagini più potenti di qualsiasi artificio. Il tentativo è quello di portare lo spettatore a sentire, a immergersi nell’esperienza concreta di una vita, di un’anima che si fa immortale.
Portare in Francia un testo così emblematico della letteratura francese attraverso la sensibilità di un attore italiano: che valore ha per te questo dialogo tra due culture?
Portare questo spettacolo in Francia all’istituto di cultura italiana sintetizza la forza rigenerante dei grandi scrittori del Novecento, italiani e francesi. Ci hanno mostrato che la bellezza della libertà è proprio quella di non lasciare traccia.Ed è in questo vuoto che possiamo accogliere qualcosa di essenziale come fa Adriano con l’acqua con un gesto devoto, a far entrare in noi il sale più segreto della terra e la pioggia del cielo.
Questo, non è uno spettacolo che si lascia raccontare facilmente. Funziona nel tempo in cui accade, nel ritmo che costruisce, nella precisione con cui tiene insieme parola e musica.
E proprio in questa tensione continua trova la sua forza.
Merci Tommaso e Alessandro.
Sandrine Aloa-Mani

