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DINNER WITH DANTE

by redazione

Intervista alla sceneggiatrice Katherine Schimmel

Firenze. Piazza Santa Croce. Lucia è una donna la cui vita è rimasta segnata dalla perdita del fidanzato durante la Seconda guerra mondiale. Gli anni passano, il mondo cambia, ma lei continua a tornare davanti alla statua di Dante, interlocutore silenzioso di un dolore che il tempo non è riuscito a cancellare.

Diretto da Cecilia Miniucchi, scritto da Katherine Schimmel e interpretato da Gaia Bottazzi, Dinner with Dante ha vinto il Premio Kinéo come Miglior Cortometraggio a Venezia 2026.

Un film sul lutto, sulla memoria e sulle ferite invisibili lasciate dalla guerra, nato da un’esperienza molto personale della sua sceneggiatrice.

Abbiamo intervistato Katherine Schimmel per scoprire come è nato Dinner with Dante e perché Firenze, Dante e il silenzio sono diventati il cuore di questa storia.

Dinner with Dante racconta la storia di una donna la cui vita rimane profondamente segnata dalla perdita del fidanzato durante la Seconda guerra mondiale. Da dove nasce questa storia? C’è stata un’immagine, un ricordo o un’idea particolare che ti ha ispirato a scriverla?

È una bellissima domanda e ti ringrazio per l’interesse nei confronti di questo film. La storia è nata dalle conversazioni che io stessa avevo con la statua di Dante in Piazza Santa Croce, a Firenze, nel 2012. Ricordo di aver pensato allora: «E se continuassi a conversare con Dante ogni sabato sera per il resto della mia vita, rimanendo sola?». Quel pensiero mi fece venire i brividi e mi portò a riflettere sul paesaggio interiore della mente contrapposto a quello esteriore dell’individuo, e su ciò che le persone scelgono di mostrare al mondo.

Una delle cose che mi colpì allora fu proprio quanto il mondo interiore possa essere diverso da quello esteriore in questo caso, la piazza o il sé che mostriamo agli altri. Per fare un esempio molto semplice, una persona può mostrare al mondo un’immagine di felicità mentre, dentro di sé, sta affrontando qualcosa di molto più pesante.

Questo contrasto, questo contrappunto tra mondi o “stati”, è qualcosa che è rimasto con me fin dai miei personali “dinner with Dante” e che desideravo riprendere ed esplorare, un giorno, in una sceneggiatura.

Poi, nel 2023, per una ragione che non so spiegare, mi sono sentita improvvisamente e profondamente ispirata a scrivere Dinner with Dante. Ho quindi deciso di creare un personaggio di finzione alle prese con una perdita così profonda da renderle impossibile andare avanti. Da quel momento, la storia si è praticamente scritta da sola, arrivando in maniera molto organica. Ho però intrecciato al racconto alcuni frammenti di storie sulla Firenze della Seconda guerra mondiale che avevo ascoltato nel corso degli anni. La mina esplosa in un parco ne è un esempio.

Il film parla della guerra attraverso ciò che lascia dietro di sé, piuttosto che attraverso il conflitto stesso. Perché era importante per te esplorare le conseguenze emotive della guerra e il modo in cui possono continuare a plasmare una vita molto tempo dopo la fine dei combattimenti?

Per me era essenziale richiamare l’attenzione sulle voci di persone che, altrimenti, rischierebbero di non essere ricordate o ascoltate. La guerra lascia sempre più vittime di quante siamo in grado di contare, perché molte di loro rimangono invisibili e soffrono in silenzio. E, naturalmente, storicamente donne e bambini hanno sempre rappresentato una parte importante di questa popolazione.

L’uso ripetuto del silenzio nel film, insieme alla scelta intenzionale di uno spazio fisico ristretto, voleva essere un omaggio a queste persone.

Nella stessa direzione va anche il canticchiare e il canto senza parole, costruito su vocali aperte, che ho interpretato nella colonna sonora di Enzo De Rosa: voleva simboleggiare le voci di coloro che non possono parlare.

Infine, per me era estremamente importante ricordare i Caduti della Prima e della Seconda guerra mondiale, soprattutto perché il film arriva in prossimità dell’ottantesimo anniversario della fine della Seconda guerra mondiale. Nel corso degli anni ho partecipato a Firenze a cerimonie durante le quali i soldati venivano onorati e ricordati. Queste commemorazioni mi hanno sempre profondamente commossa e, in qualche modo, cambiata.Dico “cambiata” perché, se ci si ferma davvero a riflettere sull’enormità di ciò che è accaduto e sul peso dei sacrifici compiuti da tutte queste vite innocenti, si finisce per guardare le cose in maniera molto diversa.

Mi ha anche molto rattristata constatare che molti di questi eventi non fossero maggiormente frequentati dalle giovani generazioni. Naturalmente, molte delle famiglie direttamente coinvolte non ci sono più, e questo in parte lo spiega.

Ma credo che abbiamo la responsabilità di ricordare e onorare i sacrifici di coloro che sono venuti prima di noi. E, cosa importante, non è sempre necessario partecipare a una cerimonia per farlo: a volte può bastare deporre un fiore sulla tomba di un soldato o di una vittima, oppure ai piedi di un monumento commemorativo.

Dinner with Dante è stato girato a Firenze, una città la cui storia e identità sono inseparabili da Dante. Quando hai scritto la sceneggiatura, quanto era importante Firenze per questa storia? Avrebbe potuto esistere altrove oppure era destinata, fin dall’inizio, ad appartenere a questa città?

Per me questa storia che contiene elementi universali legati alla sofferenza umana — appartiene al cento per cento a Firenze e al monumento a Dante realizzato da Pazzi, che si trova in Piazza Santa Croce.

Ho inoltre promesso che la maggior parte degli eventuali futuri proventi del film sarà devoluta all’Opera di Santa Croce e al War Graves Memorial Fund, come modo per restituire qualcosa a una città che mi ha dato così tanto.

Dante è una presenza silenziosa ma essenziale nella storia. Perché hai scelto proprio lui e che cosa permette al tuo personaggio di esprimere questo dialogo immaginario con Dante che, altrimenti, forse non riuscirebbe a dire?

Poiché questa storia è stata ispirata dalle mie conversazioni personali con Dante, mi è sembrato naturale tornare da lui, anche se molti anni dopo, con una conversazione diversa.

Più in generale, penso che tutti noi intratteniamo conversazioni nella nostra mente e che alcune di esse possano essere profondamente catartiche quando non c’è nessuno ad ascoltare, giudicare o commentare. Spesso il cervello ha semplicemente bisogno di elaborare le cose da solo per riuscire a fare chiarezza. Naturalmente, anche l’anonimato svolge un ruolo enorme.

Per le vittime di un trauma si aggiunge un ulteriore livello di complessità, perché spesso fanno fatica persino a verbalizzare ciò che è accaduto loro.

Sappiamo, per esempio, che ai bambini piccoli che hanno attraversato esperienze difficili vengono dati dei peluche con cui parlare, perché tendono a sentirsi al sicuro con questi oggetti.

E naturalmente ci sono molti bambini nel mondo che hanno vissuto traumi o perdite enormi e che hanno smesso completamente di parlare. Alcuni continuano così anche per molti anni. La speranza, allora, è che un giorno riescano ad aprirsi con un animale — come un cavallo o un cane — o magari con un peluche, perché l’animale non rappresenta una minaccia e non usa le parole.

Forse una statua nel caso di Lucia, quella di Dante non è altro che un’estensione di questa stessa idea.


Il tempo è centrale nella sceneggiatura: gli anni passano e il mondo cambia intorno alla protagonista, mentre una parte di lei rimane legata alla stessa perdita. Come hai affrontato, nella scrittura, questa relazione tra tempo, memoria e lutto?

È una domanda bellissima perché tocca davvero il cuore della sceneggiatura.

Dal momento che il lutto, la solitudine e l’incapacità di andare avanti dopo un trauma erano temi centrali che desideravo esplorare, ho pensato che uno dei modi migliori per farlo fosse mostrare come l’inesorabile scorrere del tempo, il suo continuo movimento verso il futuro — come il tic-tac, tic-tac, tic-tac di un orologio potesse essere messo in contrasto con un personaggio statico, che non evolve ma rimane invece bloccato nel tempo per il resto della propria vita.

Per sottolineare ulteriormente questo aspetto, ho scelto di confinare tutto nello stesso piccolo spazio nonostante l’ampio arco temporale: in questo caso, un angolo della piazza e un tavolo.Naturalmente, anche la protagonista si muove fisicamente molto poco e non parla, perché persino le sue conversazioni sono confinate a un dialogo interiore nella sua mente. Dante rafforza ulteriormente questo elemento, perché neppure lui si muove.

Il ruolo di Lucia, interpretato da Gaia Bottazzi, era molto, molto difficile perché, dal punto di vista visivo, tutto doveva essere espresso attraverso gesti essenziali come fumare una sigaretta dopo l’altra o un’andatura storta oppure attraverso l’espressività degli occhi. Tutto il resto doveva essere sostenuto dal monologo.

Credo che Gaia abbia fatto un lavoro straordinario e il suo non era affatto un ruolo facile, soprattutto se si pensa a quanta azione è presente nella maggior parte dei film. Ma per me l’assenza di movimento era una componente essenziale della storia e quindi chiunque avesse interpretato quel ruolo avrebbe dovuto farlo alla perfezione.

Quando hai scritto Dinner with Dante, che cosa speravi rimanesse nello spettatore dopo la fine del film?

La cosa più grande che potrei sperare è che le persone non dimentichino mai le tante vittime della guerra e dei traumi che esistono nel mondo e che, in secondo luogo, trovino il tempo per deporre un fiore sulla tomba di un soldato caduto o ai piedi di un monumento commemorativo della propria città.

Spero anche che le persone possano avere maggiore empatia le une verso le altre e tendere una mano a chi ne ha bisogno.Ma spero anche che il messaggio di questo film raggiunga le numerose vittime di traumi che sono ancora in vita e faccia loro sapere che non sono sole e che nessuno dovrebbe essere costretto a trascorrere i propri giorni come Lucia.

Dinner with Dante ci ricorda che il tempo della Storia e quello del dolore non sempre avanzano insieme. E forse è proprio qui che il cinema trova uno dei suoi significati più profondi: dare voce a ciò che rimane invisibile, perché non venga dimenticato.

Sandrine Aloa-Mani

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