Emine Meryem, attrice internazionale dall’ interiorità luminosa
È difficile essere presenti in tanti luoghi allo stesso tempo e, in questo mestiere, i contatti contano moltissimo. Bisogna farsi vedere, frequentare gli ambienti giusti, perché le persone del settore si ricordino di te. Io invece faccio i provini e poi sparisco.

Nel panorama delle serie turche a cui siamo abituati, spesso codificate, costruite su archetipi femminili immediatamente riconoscibili, Emine Meryem appare come una presenza diversa. Emine è un’attrice luminosa e atipica nel contesto della serialità turca perché non porta in scena artifici. La sua forza risiede nella trasparenza e nella luminosità, si percepisce un lavoro profondo che non cerca mai di imporsi, ma emerge con naturalezza. Il suo fascino nasce proprio da lì: da un’interiorità artistica ricca.
Noi, di Cinerama Boulevard, l’abbiamo incontrata e le abbiamo posto alcune domande sul suo lavoro di attrice internazionale, sul suo modo di attraversare lingue e culture diverse senza mai adattarsi a un archetipo imposto dal luogo in cui si trova.
Ne è nato un dialogo denso e fluido, profondamente coerente con la sua visione della recitazione.

L’ Intervista
Fin dalle prime risposte, emerge con chiarezza un dato fondamentale: per Emine Meryem, l’identità non è mai qualcosa da modellare in base al contesto, ma una realtà già plurale, che attraversa lingue, paesi e immaginari diversi con naturalezza.
Hai studiato e lavorato tra paesi e culture diverse. In che modo questa formazione internazionale ha influenzato il tuo modo di intendere il mestiere dell’attrice?
Da un lato, conoscere più lingue e muovermi tra diversi paesi mi ha dato accesso a più ruoli; dall’altro, il fatto di non essere stabile in un posto solo mi ha fatto perdere molto tempo ed energia tra provini a distanza e spostamenti continui.
È difficile essere presenti in tanti luoghi allo stesso tempo e, in questo mestiere, i contatti contano moltissimo. Bisogna farsi vedere, frequentare gli ambienti giusti, perché le persone del settore si ricordino di te. Io invece faccio i provini e poi sparisco.
Una volta la mia agente turca mi ha detto: «Sei un’attrice fantasma qui: la tua foto è sulla bacheca dei casting director, guardano i tuoi self-tape, ma molti non ti hanno mai vista dal vivo, non sanno chi sei…».
So anche di non essere “definibile” per molte persone. I turchi sono stupiti quando scoprono che sono anche italiana; i francesi che mi conoscono come italiana non ci credono quando mi sentono parlare turco o inglese. Gli anglosassoni credono che sia francese perché mi identificano con Parigi.
A volte penso che sarebbe stato tutto più facile avere una sola identità e concentrarmi su un solo paese. Poi però mi dico che io sono così: un’aliena per tutti. Non ci posso fare niente, e va bene così.
È per questo che amo la parola “incarnare”: significa diventare quel personaggio con il corpo, l’anima, la presenza.
Alla fine, il nostro lavoro è lo stesso: raccontare storie.
Raccontare storie, prima di tutto
La tua carriera attraversa cinema, televisione e teatro. Come ti muovi tra questi linguaggi così diversi? E cosa ti dà il teatro che il set non può offrirti?
Il filo invisibile che lega questi linguaggi diversi è il desiderio di raccontare storie.
Prima ancora di saper scrivere, raccontavo storie. Quando ho imparato a farlo, mio padre mi regalò un quaderno dicendomi: «Questo è per le tue storie».
Da bambina pensavo che sarei diventata una scrittrice, tanto che ho studiato letteratura. Col tempo ho capito che scrittori e attori fanno, in fondo, la stessa cosa. Lo scrittore entra nella mente dei personaggi, pensa come loro, immagina le loro reazioni. L’attore fa lo stesso, ma attraverso il corpo.
È per questo che amo la parola “incarnare”: significa diventare quel personaggio con il corpo, l’anima, la presenza.
Alla fine, il nostro lavoro è lo stesso: raccontare storie.
Anche quando faccio teatro delle ombre dietro a uno schermo, senza che si veda il mio volto, mi sento pienamente soddisfatta. La vera differenza tra il teatro e un set è la vicinanza con il pubblico. Sentire la sala che vibra insieme a te è un’emozione unica, quasi magica.
Il cinema d’autore come formazione dello sguardo
Il tuo percorso cinematografico ti ha portata molto presto nei festival internazionali. Che ruolo ha avuto il cinema d’autore nella costruzione della tua identità artistica?
Questo mestiere l’ho amato prima di tutto come spettatrice di cinema d’autore. Durante l’adolescenza e gli anni da studentessa passavo ore nei cinema d’essai, immersa in retrospettive di autori che mi hanno profondamente segnata.
Film che mi hanno commossa, scossa, e acceso in me il desiderio di raccontare storie con una visione forte, un punto di vista capace non solo di trasportarti, ma di restare con te, di abitarti per tutta la vita.
Il cinema d’autore mi ha insegnato una ricerca di verità e di onestà artistica che continuo a portare con me e che cerco di onorare in tutti i progetti che scelgo di accettare.
Alcuni dei tuoi personaggi sono interiori, trattenuti, lontani dall’eccesso. È una scelta che senti tua o qualcosa che emerge naturalmente dal tuo modo di recitare
Ho avuto la fortuna di interpretare molti personaggi molto estroversi, a volte persino esplosivi, che non trattengono emozioni né pensieri, come Afife in Amare e perdere.
Sono i personaggi che mi assomigliano di più, ma il bello di questo mestiere sta proprio nella ricerca di punti di contatto e di empatia anche con personaggi lontani da noi. Entrare nella pelle di donne che non osano esprimersi, che tengono tutto dentro, opposte a me, mi ha sempre affascinato, perché è lì che il lavoro di costruzione del personaggio diventa molto più profondo.
Lingue come strumenti, non come etichette
Parli diverse lingue e lavori in contesti culturali differenti. In che modo il multilinguismo influisce sul tuo lavoro di attrice?
Non credo che l’identità di una persona possa essere definita solo e soltanto dalla sua nazionalità.
Padroneggiare più lingue e appartenere a più culture mi ha permesso di cogliere la molteplicità di un personaggio e di restituirlo in tutta la sua verità.Quando costruisco un personaggio parto dalle sue ferite, dall’infanzia, dal contesto familiare, dalle relazioni intime e da quelle più distanti. La lingua che parla è un elemento in più, non ciò che lo definisce.
Afife, una protagonista fuori dagli schemi
In Amare e perdere interpreti Afife. Cosa ti ha attratta di questa storia?
Quello che mi ha attratto di più è la singolarità di Afife, così lontana dagli stereotipi femminili che siamo abituati a vedere nelle serie turche.
È una donna che non rientra negli schemi, che non appartiene a nessuna categoria prestabilita e non sente il bisogno di farlo. Negli ultimi anni ho rifiutato molte proposte perché non rispecchiavano ciò che cerco artisticamente. Credo che una carriera si costruisca anche con dei “no”. E Afife, in fondo, costruisce la sua vita proprio attraverso dei “no”.
La serie racconta una relazione che nasce lentamente. Come hai lavorato su questa tensione narrativa?
In Amare e perdere non c’è colpo di fulmine, non ci sono giochi di seduzione.
I due protagonisti si osservano, si scoprono, si rivelano senza sapere perché diventare vulnerabili sia così naturale.Per rendere tutto credibile, bastava crederci e lasciarsi andare. Anche nella recitazione, non ci sono trucchi: la chiave è sempre osservare e crederci.
Oggi, guardando il tuo percorso, senti di essere nel punto giusto della tua carriera?
Sì, mi sento legittima e pronta ad affrontare ruoli sempre più ambiziosi.
La cosa che amo di più di questo mestiere è che le possibilità sono infinite e continuano a sorprenderci.
Emine Meryem costruisce i suoi personaggi con un’immagine forte, presente, mai decorativa.
È in questa capacità di unire presenza e profondità, che si riconoscono le attrici destinate a lasciare una traccia duratura.
Emine Meryem è nella serie Turca : Amare e Perdere dal 15 Gennaio su Neflix.
Sandrine Aloa-Mani
